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Perché lo speaking pianist?

Testo, musica e presenza in un solo interprete

Chi suona può essere anche chi pronuncia il testo, sostiene un personaggio e rende visibile il lavoro corporeo della performance. Questa coincidenza apre domande sull’ascolto, sulla rappresentazione e sulle scelte dell’interprete; gli effetti sul pubblico restano da indagare.

StorySpeechMusicBodyLiveness

Story + speech + music + body + liveness

La storia riguarda l’organizzazione di eventi e prospettive; il parlato ne realizza linguisticamente una parte; la musica articola un percorso sonoro; il corpo rende percepibile l’azione dell’interprete; la presenza dal vivo colloca l’incontro in un tempo e in uno spazio condivisi. Sono dimensioni distinguibili, che non devono essere sempre presenti nello stesso grado. Una composizione con vocalizzazioni può non raccontare una storia; una performance registrata modifica le condizioni di presenza senza cancellare testo, voce e gesto.

La formula narratore = musicista = corpo visibile = fonte della voce descrive una possibile coincidenza performativa, non un’identità fra persona reale, autore del testo e personaggio. Il pianista può citare un documento, assumere una parte o commentare le parole che pronuncia. L’analisi deve precisare chi parla, a quale titolo e attraverso quali convenzioni.

Immersione e distanza critica

La continuità fra parola e musica può essere impiegata per sostenere un percorso narrativo; uno scarto di registro, una pausa o un’interruzione possono renderne percepibile la costruzione. Queste sono possibilità della scrittura e dell’esecuzione. Il loro effetto sull’ascolto va studiato e non può essere dedotto dalla sola presenza di un gesto in partitura.

Green e Brock offrono un concetto di transportation; Strick e colleghi studiano musica ed effetti persuasivi negli audiovisivi pubblicitari. Il passaggio al concerto richiede nuove verifiche: cambiano intenzione comunicativa, pubblico, durata, aspettative e condizioni percettive. È possibile seguire intensamente una vicenda e, insieme, riconoscere il lavoro dell’interprete che la rende presente.

Identificazione e responsabilità della rappresentazione

Un corpo che dice “io” rende concretamente percepibile una voce, ma non garantisce un accesso immediato all’esperienza rappresentata. La distinzione fra interprete e personaggio è particolarmente rilevante quando il testo proviene da testimonianze o riguarda identità ed esperienze diverse da quelle del performer.

Le domande poste da Alcoff sul parlare per altri permettono di interrogare posizione, selezione delle fonti e conseguenze della rappresentazione. Applicarle al repertorio è una scelta teorica del progetto. Non ne discende un divieto generale di interpretare esperienze altrui: occorre esaminare come l’opera e l’esecuzione rendano conto di questa relazione.

Agency del performer

Per agency si intende qui il margine di azione interpretativa: le decisioni attraverso cui il performer organizza ciò che è prescritto e ciò che la partitura lascia aperto. Dizione, fraseggio, coordinamento, sguardo e qualità del gesto contribuiscono a realizzare una determinata lettura del testo.

Questo margine non è illimitato e varia da opera a opera. Una notazione ritmica dettagliata e un parlato temporalmente libero pongono problemi differenti. Descrivere le scelte effettive e confrontare esecuzioni può rendere la ricerca più precisa di una generica affermazione sulla “libertà” dell’interprete. De Profundis offre un caso documentabile di integrazione fra istruzioni strumentali, vocali e corporee.

Presenza dal vivo e rapporto con il pubblico

Phelan propone una concezione della performance fondata sul suo accadere nel presente e sul suo rapporto problematico con la riproduzione. Questa posizione offre strumenti per discutere la presenza, ma non dimostra che un evento dal vivo produca più empatia o coinvolgimento di una registrazione.

La configurazione dello speaking pianist permette di chiedere come il pubblico attribuisca una voce, riconosca un cambio di ruolo e interpreti l’indirizzo diretto. La compresenza può essere una condizione della relazione, ma non è già la sua misura: attenzione, appartenenza e partecipazione possono divergere fra ascoltatori dello stesso concerto.

Affordance e ipotesi di ricerca

Un’affordance è qui una possibilità di azione offerta dalla configurazione performativa: per esempio passare da pianista a narratore senza cambiare interprete, oppure mostrare la tensione fra gesto strumentale e parola. Il termine non designa un effetto garantito sul destinatario.

La ricerca può confrontare interpretazioni della stessa opera, mantenendo esplicite le variabili modificate, e raccogliere separatamente comprensione, transportation, prospettiva attribuita e ricordo. Interviste e analisi della performance possono affiancare tali misure. Non disponiamo, nelle fonti qui raccolte, di confronti sperimentali che consentano di dichiarare lo speaking pianist più empatico o efficace di opera, Lied, teatro musicale o melologo.

Fonti di riferimento

Performance studies · 1993

Peggy Phelan (1993)

Unmarked: The Politics of Performance

Routledge; cap. “The Ontology of Performance: Representation without Reproduction”

Elabora una concezione della performance legata alla presenza e alla non riproducibilità. È una posizione teorica da discutere, non una dimostrazione di effetti cognitivi.

Saggio teorico · 1991–1992

Linda Alcoff (1991–1992)

The Problem of Speaking for Others

Cultural Critique, 20, 5–32

Interroga la posizione e la responsabilità di chi parla per altri. Offre domande critiche per l’uso performativo di testimonianze e personaggi.

Partitura · 1992

Frederic Rzewski (1992)

De Profundis

Partitura per speaking pianist

La partitura documenta l’integrazione di testo da Oscar Wilde, pianoforte, emissioni vocali e azioni corporee.

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